29 Marzo 2016
IL FUTURO DEI VINI RAVENNATI TRA QUALITA’ e attenzione al gusto dei consumatori

A trent'anni dallo scandalo del metanolo che aveva 'azzerato' uno dei settori chiave della nostra agricoltura, il comparto vitivinicolo nazionale è diventato il fiore all'occhiello del Made in Italy. Trent'anni dopo, l'Italia ha fatto segnare lo storico sorpasso sulla Francia, divenendo il primo produttore mondiale di vino. Un sorpasso arrivato a fine 2015, alla vigilia dell'entrata in vigore delle nuove disposizioni per la gestione del potenziale produttivo vitivinicolo varate da Bruxelles, normative che dopo quasi 40 anni mandano di fatto in pensione il vecchio sistema basato sui diritti di impianto e reimpianto. Dentro questo scenario, dunque, quali i margini e le prospettive di sviluppo della vitivinicoltura ravennate? E quali i limiti del settore? Domande che ieri sera, lunedì 21 marzo, hanno trovato risposta a Palazzo Vecchio di Bagnacavallo, sede del convegno pubblico promosso da Coldiretti e dedicato al 'rapporto tra la nuova O.C.M. vitivinicola e un mercato sempre più globalizzato e aggressivo'.

“Una riflessione obbligata per una provincia come la nostra – ha esordito il Direttore Coldiretti Walter Luchetta dopo i saluti di rito del vicesindaco Matteo Giacomoni – Ravenna è infatti prima in regione per superficie vitata (circa 16mila ettari, un 25% dei quali utilizzati per produrre vini DOC/DOCG) e tra quelle più produttive in d'Italia, con una resa media per ettaro che nel 2015 ha toccato i 270 quintali”. Che la vitivinicoltura sia una risorsa agricola ed economica importante lo si evince anche da alcuni dati illustrati dallo stesso Luchetta, basti pensare che il vigneto figura tra le coltivazioni del 70% delle aziende agricole attive in provincia, ritagliandosi il 21% degli ettari totali coltivati (e questo nonostante dal 2007 ad oggi siano spariti circa 2mila ettari di superficie vitata). Oltre il 76% della superficie a vigneto, peraltro, ha un'estensione media superiore ai 3 ettari, ma a fare da contraltare ad una buona dimensione delle coltivazioni, troviamo il fattore anagrafico con un 23% dei vigneti composto da impianti con più di 30 anni d’età. Tra l'uva da vino coltivata in provincia, un 77% è a bacca bianca, il dato più elevato tra tutte le province dell'Emilia-Romagna. In testa alla classifica delle varietà coltivate troviamo, infatti, il Trebbiano (circa 10.700 ettari) seguito da Sangiovese (1.800 ettari), Merlot (470), Uva Longanesi (440) e Albana (412).

In una sala gremita in ogni ordine di posto, poco meno di duecento i presenti, il Presidente di Coldiretti Ravenna, Massimiliano Pederzoli, ha commentato brevemente i dati sottolineando le opportunità su scala locale racchiuse nella nuova O.C.M., in primis la possibilità di ‘ringiovanire’ il patrimonio viticolo ravennate. “E’ indubbio che ci sia la necessità di migliorare i nostri redditi anche in questo settore – ha affermato – perché se è vero che l’Italia ha raggiunto punte d’eccellenza, è altrettanto vero che la strada da fare è tanta e in salita, anche per via di una concorrenza che nel comparto vino è a dir poco spietata”. Secondo Pederzoli oggi c’è bisogno di “fare ragionamenti nuovi, di aggredire il mercato, con aggregazioni intelligenti che possono permettere di valorizzare al meglio il prodotto ampliando gli orizzonti commerciali, diktat divenuto strategico per la viticoltura romagnola”.

La parola è passata poi a Domenico Bosco, Responsabile Nazionale Coldiretti per il settore vitivinicolo, che ha fatto il punto sulla nuova Organizzazione Comunitaria: “Per la sola prima annualità (2016) vi sarà un unico bando di assegnazione nazionale delle autorizzazioni per nuovi impianti – ha spiegato ai tanti produttori presenti – per le quali le domande sono da presentare entro il prossimo 31 marzo in via telematica attraverso gli sportelli CAA Coldiretti. Il rilascio delle stesse, una volta distribuite, – ha puntualizzato - è previsto entro il 1° giugno 2016 con validità triennale; esse saranno concesse sempre ed esclusivamente a titolo gratuito, non potranno essere trasferite al di fuori dell’ambito aziendale”. Le autorizzazioni per reimpianto, invece, potranno essere rilasciate anche due anni dopo l’avvenuta estirpazione, in tal caso si avranno fino a cinque anni per effettuare il nuovo vigneto. La conversione dei diritti detenuti dai produttori potrà essere effettuata fino al 31 dicembre 2020. L’autorizzazione rilasciata a seguito di richiesta di conversione avrà la stessa validità del diritto di provenienza e se non utilizzata scadrà entro il 31 dicembre 2023. L’impianto di vigneti in difformità alle disposizioni previste dal nuovo sistema autorizzativo determinerà il loro estirpo e l’applicazione di sanzioni amministrative da 6.000 a 20.000 euro per ettaro.

La nuova O.C.M. Vino, dunque, consente potenzialmente di ringiovanire il ‘vigneto Ravenna’ dando ai produttori-coltivatori alcuni anni per programmare gli impianti. Bene, ma cosa piantiamo? Con quali varietà ci affacciamo sul mercato per essere protagonisti competitivi e non semplici comparse? A chiarire le idee alla platea ci ha pensato Sergio Dagnino, Direttore di Caviro. “Oggi più che mai siamo chiamati a fare scelte delicate – ha ammonito - ne va della sopravvivenza del comparto e in particolare di tantissime cantine di primo grado che si trovano a fare i conti con le 5 sfide lanciate al ‘vigneto Italia’: concorrenza spagnola, lobby anti alcol europea, calo consumi domestici, evoluzione del gusto dei consumatori e mutamenti climatici”.
In un mercato nazionale quanto mai frammentato – oltre 18mila le etichette in vendita sugli scaffali (con il vino in bottiglia che copre il 50% della distribuzione) – è vero che la qualità produttiva è un valore, ma non si può prescindere da ciò che chiede il consumatore. E in Italia il 43% dei consumi (dato in calo costante) è fatto dal vino da tavola, il 57% da Dop-Igp, con un’attenzione crescente al prezzo da parte di chi acquista. Diverso, invece, se guardiamo fuori dai confini nazionali. Per essere vincenti all’estero e fare breccia tra le catene della Gdo mondiale occorre fare massa critica, avere una gamma e un marchio: in poche parole occorre avere ‘forza contrattuale’. Dagnino, su questo punto, è stato categorico: “E’ urgente trovare ed innescare sinergie tra le varie cantine romagnole al fine di alzare i volumi medi di vinificazione se vogliamo tenere il passo della Spagna e occorre farlo in fretta, entro due anni al massimo”. Dall’aspetto strutturale il Direttore di Caviro è passato all’analisi del trend dei consumi, caratterizzato da un netto calo dei vini della tradizione (in Emilia-Romagna -16% per il Sangiovese e -25% per il Trebbiano), lontani ormai dal gusto dei consumatori più giovani. Quali, dunque, le scelte da fare in campo per garantirsi il futuro? “Investire in qualità per differenziarsi dai prezzi bassi della Spagna e in vinificazione tenendo conto delle tendenze di consumo – ha concluso il Dagnino – perché per essere competitivi è opportuno evolversi senza stravolgersi, quindi fare volumi corretti per incontrare i gusti internazionali, oggi indirizzati verso vini morbidi, facili e profumati, dallo chardonnay al moscato, dal pinot bianco al riesling, continuando nel contempo a far crescere le DOC e le DOCG che più vengono apprezzate all’estero, fra cui in crescita il Pignoletto”.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Approfondisci

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi